di Roberto Baire

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Una località ricca di minerale di ferro

Sin dal periodo romano la zona montana di "Cirifoddi", isola amministrativa del comune di Assemini non distante dal paese di Capoterra, destò interesse per i suoi minerali, come risulta dai ritrovamenti archeologici avvenuti nel 1928. Dopo la fusione con il Piemonte, anche la legge mineraria vigente negli Stati sabaudi venne estesa alla Sardegna. Ciò spinse varie compagnie italiane e straniere a fare ricerche minerarie in molte località dell’isola. L’approvazione della legge n.3755, del 20 novembre 1859, che divise il territorio dello Stato in otto distretti, tra i quali Sassari e Cagliari, tutelando i diritti e gli interessi degli scopritori dei giacimenti, fece aumentare il numero delle concessioni minerarie, con l’arrivo in Sardegna di capitalisti genovesi, francesi, tedeschi, inglesi e belgi. Di un giacimento di ferro scoperto a Cirifoddi (tra monte Picci e Moddizzi Manna) s’interessò la società francese Petin-Gaudet, che aveva già ottenuto le concessioni di Gennamari e di Ingurtosu. La Petin-Gaudet era titolare del complesso "Compagnie des Hauts Fourneaux, Forges et Aciéries de la Marine et des Chemins de Fer", che nel circondario era conosciuto con l’abbreviazione Des Forges, con sede a Parigi.


Impianti per la lavorazione e stoccaggio del minerale

L’avvio dello sfruttamento della miniera

L’ingegnere capo della miniera, che si occupò per molto tempo degli interessi della Petin-Gaudet nell’isola, fu Leon Goüdin, noto anche per essere stato un appassionato collezionista di materiale archeologico. Egli era originario di Tours, in Francia, e a lui si deve, forse, la scoperta del giacimento di Cirifoddi, giacché la miniera venne intitolata proprio a S. Leone. Nel libro "Notice sur les mines de l’ile de Sardaigne", pubblicato per illustrare i centri minerari isolani in occasione dell’esposizione universale di Parigi del 1867, Goüdin descrisse molto bene il complesso estrattivo di S. Leone. Nel bacino principale della zona collinare, egli distinse due diversi filoni. Il primo, detto <<filone Gaudet>>, dava il minerale di buona qualità ed aveva uno spessore di 4 – 6 metri, con ganga quarzosa disseminata in punti impercettibili. Al di sotto di esso si trovava un banco di 8 – 10 metri di minerale meno puro, misto a granito. L’altro filone era noto come <<massa Petin>> e aveva una profondità di 25 metri, con minerale molto puro ma venato di quarzo bianco. Nei filoni Petin e Gaudet, lo sfruttamento era condotto a cielo aperto su gradini sovrapposti. Ai piedi dei gradini, si apriva una galleria per sfruttare le masse in tutta la loro estensione. Il minerale era duro e per ridurlo in pezzi richiedeva gran lavoro e l’impiego di attrezzi di ottimo acciaio. Un metro cubo di materiale (del peso di 200 Kg) rendeva ai minatori che lo estraevano la somma di cinque franchi.

 

Leone Goüdin: un dirigente abile e colto

Leone Goüdin, l’artefice del successo della Petin-Gaudet in Sardegna, visse a Capoterra per alcuni anni nella villa che si era costruito, intorno al 1860, nella ridente località di Baccutinghinu. Era nato a Tours, in Francia, da Federico Goüdin e da Felicia Cruvost, che morì nella casa di Baccutinghinu. Venne in Sardegna come semplice ingegnere per tutelare gli interessi estrattivi della grossa società francese di cui era dipendente. Assunse presto ruoli sempre più elevati, sino a diventare il direttore della miniera di S. Leone e di altri giacimenti dell’iglesiente. La fortuna accumulata, gli diede la possibilità di prendere come moglie la nobildonna cagliaritana Teresa Guirisi De Candia. Uno dei suoi figli, Felice, venne al mondo proprio nella villa di Baccutinghinu, l’undici maggio 1866, e fu battezzato a Capoterra, nella Parrocchia di S. Efisio, dal rettore Raffaele Atzori, come risulta da una nota dei Quinque Librorum. Attorno alla villa curò un parco molto bello, ponendo a tutela un ginepro rosso. L’albero per la sua imponenza (ha un diametro di circa un metro, a petto d’uomo), è forse l’esemplare più rilevante di tutta la Sardegna meridionale, come asserisce Siro Vannelli, autore di varie guide alle zone verdi dell’isola. Nello stesso parco, si trova un Eucaliptus globulosus che, pare, sia il più antico della Sardegna e che fu messo a dimora dell’ingegnere per ricordare la nascita della sua prima figlia, Giulia.

 

Le campagne estrattive dal 1864 all’inizio del secolo XX

Nella miniera di S. Leone, l’attività estrattiva riprese con la campagna di scavi del 1875-1876 e andò avanti, con una produzione annuale modesta, per una decina d’anni. L’estrazione fu sospesa nel 1885 a causa del prevalere, negli scambi commerciali tra Francia e Italia, di forti tendenze protezionistiche, che portarono alla chiusura del mercato. Tra il 1891 ed il 1892 i lavori estrattivi ricominciarono, ma si bloccarono subito dopo per quasi 15 anni. Nel 1907 la miniera riprese a produrre, restando in funzione sino al 1914. Questo fu il periodo che vide, nelle gallerie di S. Leone, come in altre miniere dell’isola, la nascita delle "leghe", le associazioni operaie, sorte dai fermenti socialisti che erano ormai giunti anche in Sardegna. In quelli anni gestiva l’attività produttiva di S. Leone la "Società Mediterranea", i cui interessi erano curati a Cagliari dal signor Vanini.

 

Lo sfruttamento del bosco

Per la miniera di S. Leone arrivò presto la crisi, nonostante l’ingente quantità di capitali investiti. Come già detto nel 1874-1875, l’estrazione venne interrotta poiché il prezzo del minerale non era competitivo. Fu allora che la Petin-Gaudet cercò di compensare le perdite con altre forme di speculazione. Grazie all’attivismo del suo rappresentante locale, Leone Goüdin, la società francese riuscì ad acquistare dalle amministrazioni comunali di Capoterra, Assemini e Santadi pressoché tutti i terreni ex-ademprivili della zona collinare, diventando proprietaria del vasto comprensorio montano compreso tra S. Lucia e Pantaleo. La prima operazione mirò a sfruttare l’immenso patrimonio del bosco per ricavare carbone dal legname, utilizzando maestranze toscane e piemontesi. Poi, con le limitazioni imposte dalla legge forestale, impiantò, tra il 1913 ed il 1914, nella zona di Pantaleo, un’industria per la distillazione del legno, ricavando, tra l’altro, alcool metilico, acetone e acido acetico. I prodotti ottenuti erano trasportati per ferrovia a Porto Botte, passando per Santadi (dove si trovava una stazione) e Trassudi.

 

La prima ferrovia della Sardegna

La scelta per l’insediamento della miniera di S. Leone era stata determinata da due fattori: l’abbondanza e la qualità del materiale ferroso e la vicinanza del mare, che dava la possibilità di trasportare il minerale, tramite una ferrovia, al pontile della Maddalena, dove era imbarcato su appositi velieri con destinazione Marsiglia e Corsica. Lo sfruttamento attuato e i moderni macchinari usati danno un’idea abbastanza chiara dei capitali investiti dalla Petin-Gaudet in questa miniera di ferro. Dal cantiere estrattivo al pontile d’imbarco fu realizzata una ferrovia che, pur essendo a scartamento ridotto, è da considerare la prima strada ferrata entrata in funzione nell’isola. La ferrovia, che aveva una lunghezza totale di 15 chilometri e 400 metri, fu inaugurata il 20 novembre 1862 dal principe Umberto di Savoia, che approfittò dell’occasione per compiere una battuta di caccia nei dintorni. Una lapide murata nelle vecchie case della miniera ricorda la partita venatoria.

 

S. A. R. LE PRINCE HUMBERT DE PIEMONT

A HONORE DE SA PRESENCE

LA MINE DE S.LEON

A L’OCCASION D’UNE CHASSE

QUI LUI A ETE OFFERTE DANS LES MONTAGNES

DES ENVIRONS

XX UT XXI NOVEMBRE MDCCCLXII

 

La strada ferrata partiva da S. Leone e, dopo un percorso di circa cinque chilometri lungo la riva destra del rio S. Lucia, giungeva ad una prima stazione, detta di S. Lucia. Poi, continuava verso il piano, sino alla stazione di Capoterra, e da lì proseguiva lungo un tragitto appositamente studiato affinché il convoglio che trasportava il minerale, seguisse un pendio regolare sino al porticciolo della Maddalena, risparmiando energia di trazione, che serviva solo in certi punti e quando i vagoni erano vuoti. Per avere questo viadotto a piano inclinato furono costruiti vari ponti, i quali oggi, sono tutti diroccati. Nelle stazioni di S. Lucia e di Capoterra, il treno vuoto in salita s’incrociava con il convoglio pieno in discesa. Nella stazione di Maddalena, la locomotiva era sganciata dai vagoni pieni di minerale per trainare a monte quelli vuoti. A questo capolinea, la strada ferrata confluiva, tramite appositi scambi, su una serie di binari paralleli che permettevano rapide operazioni di scambio dei vagoni. Il materiale veniva trasferito su vagoncini a bilancia, della portata di 1500 Kg, che si facevano transitare sulle rotaie poste nel pontile d’imbarco, lungo 200 metri. Questo pontile era chiamato <<Porto Botte>>, come quello più noto che si trova nella zona di Iglesias. Un sistema di ribaltamento permetteva di scaricare facilmente il minerale di questi vagoncini direttamente sulle barche a vela, attraccate al molo.

 

Il tramonto delle speranze di rilancio

La miniera, riaperta per breve tempo nel periodo dell’autarchia fascista, venne sfruttata, nel secondo dopoguerra, dalla "Ferromin-Breda" per quasi un ventennio. Agli inizi degli anni ’50 si sperava che, accanto alla miniera di S. Leone, potesse sorgere un’industria siderurgica che abbattesse i costi di trasporto del minerale estratto. Negli anni 1962-1963 la concorrenza mise in crisi la miniera. Il Governo dello Stato e quello della Regione, abbandonarono il progetto di costituire in loco l’industria siderurgica e la Breda preferì interrompere lo sfruttamento del giacimento. Sostenne che ormai i filoni minerari si erano esauriti e incentivò le maestranze a lasciare il posto di lavoro con una congrua buonuscita. Così, dopo che la nascita dei poli siderurgici era stata decisa in altre zone d’Italia, la miniera di S. Leone chiuse i battenti. Mentre ciò accadeva, approdò nell’isola l’industria petrolchimica. Fu la scelta fatta dall’amministrazione regionale per industrializzare la Sardegna. Da quando a S. Leone i martelli perforanti hanno smesso di funzionare, alcune gallerie sono state date in concessione come vaste cantine per l’invecchiamento di vini speciali.

Acquisita nel 1970 dalla KOVISAR, l’area è stata sottoposta ad una profonda opera di recupero del territorio che ha consentito la reintroduzione del bosco mediterraneo in un’area profondamente degradata mantenendo tuttavia intatte e restaurate le infrastrutture esistenti con particolare attenzione al Villaggio rurale. Quanto fino ad ora attuato, ha consentito un ritorno completo della fauna tipica, una riforestazione guidata che si svolge con itinerari particolari tendenti ad evidenziare aspetti importanti sotto il profilo naturalistico. Questo sito ambientale è stato dichiarato di notevole interesse pubblico dal Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali nel 1976 con Decreto del 1981 ed è stato incluso nel costituendo Parco del Sulcis programmato dalla Regione Sardegna, anche se non si è debitamente tenuto conto della notevole importanza che il complesso realmente riveste, con i suoi 270.000 mq di superficie, e i 14.750 Km di gallerie e sale di coltivazione mineraria sotterranee, ampi scavi a cielo aperto, discariche di sterile per 3,5 milioni di metri cubi adagiati sulle pareti delle colline.

Fonti.
Tra le pubblicazioni consultate per questa ricerca si cita il seguente libro: Emanuele Atzori, "Capoterra, da baronia feudale a periferia urbana", Carlo Delfino Editore.

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