sintesi storica del paese dell'hinterland cagliaritano
noto per i suoi figuli, le discoteche e la laboriosità degli abitanti
di Emanuele Atzori

barra.gif (1564 bytes)

Assemini è un importante Comune dell’hinterland cagliaritano, che sorge a nord dello Stagno di Santa Gilla, nella pianura solcata dal Rio Cixerri, dal Flumini Mannu e dal Rio Sa Nuxedda. Il suo territorio è molto vasto (117,5 kmq) poiché comprende un’isola amministrativa ricca di boschi e selvaggina, distaccata dalla superficie comunale principale (prevalentemente urbana) ed inserita nel comprensorio montano del cosiddetto "Parco del Sulcis", che è ancora da istituire.

I confini della zona pianeggiante vedono a nord Decimomannu, San Sperate e Sestu, ad ovest Uta, a sud Capoterra e lo Stagno di Cagliari, ad est Sestu, Elmas e lo stagno di Cagliari; quelli della zona montana, che da Gutturu Mannu arriva sino a Trunconi e Monte Lattias, mostrano a nord Uta e Siliqua, ad ovest Santadi, a sud Santadi, Villa S. Pietro, Sarroch e Capoterra, ad est Uta.

Assemini è un paese di 25.000 abitanti, che ha avuto negli ultimi trent’anni una forte crescita demografica dovuta ad un fenomeno immigratorio da altri Comuni dell’isola. Polo d'attrazione è stata la vicina zona industriale di Macchiareddu. Ma anche altri elementi hanno contribuito a favorire questo sviluppo: la possibilità di risolvere i problemi del pendolarismo verso Cagliari con adeguati mezzi pubblici (treno e bus di linea); un terziario ben organizzato nel settore alberghiero, in quello della ristorazione e del divertimento (le discoteche, che richiamano i giovani dei dintorni); l’attività agricola (tipica di questo centro), modernamente attuata con produzioni estensive in serra; la laboriosità e l’estro creativo dei numerosi artigiani che operano nel paese, dei quali alcuni figuli hanno notorietà internazionale.

Sull’origine del nome di Assemini sono state formulate varie ipotesi. Giovanni Spano, nel suo "Vocabolario sardo geografico ...", propose la parola fenicia scemen (pingue, grasso) "per l’ubertà del terreno", ed anche la divinità fenicio-punica Hesmun (Esculapio) "da qualche sacrario dedicato a questo nume". Ettore Pais fece risalire il nome all’arabo assemin o affemin (che vuol dire otto e che sarebbe da collegarsi all’indicazione latina "ad octavum", all’ottavo miglio, distanza che separa il paese da Cagliari). Sull’origine araba si espresse anche Francesco Alziator, partendo dall’antico nome Arkemini. In tempi recenti, uno studioso arabo, Mohamed M. Bazama, l’ha fatto risalire alla parola As-samm (burro). L’archeologo Carlo Tronchetti, facendo riferimento alla distanza che lo separa da Cagliari, ha proposto l'origine latina "ad sextum" (al sesto miglio). Giuseppe L. Nonnis ha espresso, invece, la tesi che Assemini derivi dal latino arx moenia (luogo fortificato da mura), poiché in alcune carte geografiche antiche la zona è indicata come Arx-Muni. Si conosce invece il nome dell’antica villa giudicale, poiché in un documento del 18 giugno 1107 è indicato come Arsemine.

Tracce della civiltà nuragica sono state rinvenute nella zona montana di Faneuas. In questa parte del territorio comunale sono state individuate anche necropoli d'età punico-romana (Rio Bidda Mores, Is Tuvus, Porcili Isidori). La presenza punica nel territorio pianeggiante è comprovata dal ritrovamento di varie monete cartaginesi e di una necropoli nell’area dell’attuale abitato. Le sepolture, venute alla luce negli anni ’60, in località Cuccuru Macciori, comprendevano tombe a cassone formate da lastre di pietra. Tra i materiali rinvenuti vi erano ceramiche puniche ed attiche a vernice nera del secolo IV a. C. Altri reperti punici sono stati trovati a S. Andrea, Bau S’ulmu, Pardu Nou e Sa Mura.

Sono più numerose le testimonianze d'epoca romana. Al 1906 risale la notizia del ritrovamento, in località Ischiois, dei resti di una villa rustica. Dai laterizi e dai marmi rinvenuti, si dedusse che fosse dotata di bagni e terme. Nel 1919 Taramelli pubblicò la notizia del rinvenimento, durante alcuni scavi, di tombe con suppellettili romane, di pietre lavorate e basi di colonna. Nello stesso anno venne resa nota la notizia del ritrovamento, in regione Su Pranu, di un'iscrizione egizia molto antica e di monete imperiali di Antonino Pio, M. Aurelio e Gordiano. Le scoperte di un monumento religioso (di schietta origine egizia) e di varie ceramiche votive a foggia di coccodrilli in località Su Mogoro, indussero Ettore Pais a formulare l’ipotesi della presenza di gente egizia in questo territorio, in epoca romana. Una moneta di Settimio Severo venne alla luce casualmente in località Funtanedda. Ancora per caso fu ritrovato un vero tesoro di monete d’oro di Leone e Zenone. Due miliari romani, testimonianza dell’antica strada che collegava Carales a Sulci, sono stati rinvenuti nel territorio comunale. Purtroppo non riportano il numero delle miglia, ma in uno di essi è indicato l’imperatore Traiano, sotto il quale fu restaurata l’arteria.

In località S. Andrea si possono ancora scorgere i resti dell’acquedotto romano: esso partiva dalle sorgenti di Cabudacquas di Villamassargia, toccava Siliqua, Decimo, Assemini, Elmas e arrivava a Carales dalla parte di S. Avendrace.

In periodo romano i nuclei abitati che diedero origine all’antica villa, erano sparsi nei vari latifondi agricoli in cui il territorio era diviso. La presenza di un "latifondo imperiale" è comprovata da un’iscrizione rinvenuta in zona, che è citata da Piero Meloni in "La Sardegna Romana".

Assemini conserva un monumento di gran valore storico ed artistico d'epoca bizantina, la chiesa di San Giovanni Battista, ubicata al centro del paese. Risale ad un periodo compreso tra il secolo IX e il X. Ha una forma a croce greca, inscritta in un quadrato con una piccola abside rivolta ad est, una copertura a botte nei bracci laterali e quattro ambienti d’angolo con tetto a due falde; presenta, inoltre, uno pseudotamburo quadrato con una cupoletta centrale. La chiesa appartenne all’ordine benedettino, come si rilevò dai bollari della congregazione religiosa. Lo Spano, il Somi, il Taramelli ed il Besta hanno fatto conoscere i testi delle epigrafi marmoree a caratteri greci che si trovano murate nel tempio. Si riporta la traduzione del Besta di quella scolpita nella fascia marmorea che faceva da gradino all’altare: "Signore, soccorri al servo Torchitorio arconte di Sardegna e alla serva tua Getilesa". Sempre con la traduzione del Besta, si riporta un’altra importante epigrafe, rinvenuta nel secolo scorso durante lavori di ristrutturazione del pavimento: "In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, amen. Io Nispella fondatrice costruì questo tempio dei santi principi degli apostoli Pietro e Paolo e di S. Giovanni Battista e della vergine martire Barbara, le cui preci a me procurino la remissione dei peccati e la salute eterna". Anche la chiesa parrocchiale di San Pietro rivela nell’arco dell’abside strutture d'origine bizantina; tuttavia le altre parti architettoniche mettono in luce uno stile gotico - aragonese del secolo XVI. Il tempio di S. Cristoforo appartiene al secolo XVII; quello di S. Andrea, al secolo XVIII.

Dopo il dominio bizantino, Assemini fu inserito nel Giudicato di Cagliari e fece parte della Curatoria di Decimo. È quasi certo che, intorno al 1015, il suo territorio sia stato occupato da un nucleo di arabi dell’armata saracena di Mugahid Al Amiri, che invase tutto il Campidano. Lo fa supporre il ritrovamento in zona di una stele con iscrizione cufica (così tradotta, "Sepoltura di Maria figlia di Atia il sellaio") e di alcune monete arabe, di cui parlano Besta e Boscolo.

Varie carte del Giudicato di Cagliari riportano Assemini come "donicalia" (donazione). Il documento più antico è del 18 giugno 1107, con il quale Tochitorio II donò al duomo di S. Lorenzo di Genova le terre, i servi e le ancelle di "Arsemine" e d'altre cinque contrade.

In una carta successiva del 1108 sono riportati i nomi dei capifamiglia della "curia di Arsemine": "Constantinus cum uxore, et omibus filiis suis; et Helena Corbo cum omnibus filiis suis; et Orzoco Cardia cum uxore, et omnibus filiis suis; et Turbulinus cum uxore, et omnibus filiis suis; et Simon, et Turchitor, et Zeuglo cum omnibus filiis suis; et Petrus Filius Constantini, et Disu frater Turbulini cum omnibus filiis suis".

Con una carta del 1119, L’arcivescovo di Cagliari confermò la donazione della chiesa di S. Giovanni di Arsemine al Capitolo di S. Lorenzo, dandole facoltà di eleggervi sacerdoti e chierici. Il papa Innocenzo II, con una bolla del 7 dicembre 1136, concesse ai canonici di S. Lorenzo il privilegio apostolico. Il papa Adriano IV, con bolla del 15 giugno 1158, confermò i loro possessi in Sardegna. Mentre, il papa Alessandro III, in una bolla del 22 marzo 1162, ribadì quanto era stato precisato negli atti precedenti. Inoltre, autorizzò che nella chiesa di S. Giovanni di Assemini potessero essere sepolti quanti avessero manifestato tale desiderio, purché non fossero scomunicati e interdetti, o si violassero i diritti d'altre chiese.

Con la spartizione dei Giudicati tra i nuovi "signori della Sardegna", la Curatoria di Decimo passò ai Donoratico. I nomi degli abitanti dell’antica villa di Arsemine sono riportati nel "Registro dei Conti Donoratico" della seconda metà del secolo XIII, reso noto da F. Artizzu. Tra chi pagava la "datione" (102 persone) figurano Comita doru (soldi 12), Margueto uta (s. 11), Comita de unale, Johanne fagus, Cristofano locci (tutti, s. 9); pagavano "donamento" Nicola de sayu (s. 35) e Gonare de sayu (s. 25).

Nel corso della conquista aragonese dell’isola, Assemini fu un centro abitato che, probabilmente, visse in maniera diretta il grande scontro che si svolse il 29 febbraio 1324 nella vicina località di Lutocisterna, tra l’esercito dell’infante Alfonso e le truppe pisane di Manfredi di Donoratico, conte della Gherardesca, sbarcate nella spiaggia di S. Maria Maddalena, a Capoterra. Con l’istituzione del feudalesimo, introdotto in Sardegna dagli aragonesi, Assemini fu inizialmente inserito nel feudo di S. Michele.

Il 26 maggio 1325 Alfonso concesse al capitano Berengario Carroz, in remunerazione dei suoi servigi, il feudo di S. Michele, Utajoso, Utasuso e Bonvei. L’anno prima il capitano Carroz aveva ricevuto in feudo le ville di Settimo, Sinnai, Gerineis e Sinneri. Pertanto, la Signoria di Quirra arrivò ad estendersi sino ai territori degli attuali Comuni di Assemini, Maracalagonis, Selargius, Sestu, Settimo S. Pietro, Sinnai, Uta.

Come altri importanti centri abitati dell’isola, il 23 gennaio 1355 anche Assemini mandò una propria rappresentanza al primo parlamento, convocato da Pietro IV a Cagliari.

Il figlio di Berengario Carroz, chiamato anche lui Berengario, ottenne il 20 luglio del 1363 l’elevazione del feudo in contado: la Signoria divenne così Contea di Quirra.

Berengario II morì senza figli maschi. Il feudo, dopo essere stato devoluto alla corona, fu concesso da Pietro IV alla figlia di Berengario, donna Violante Carroz, con diploma del 27 maggio 1383. Alla morte di donna Violante, la contea passò alla sua erede, donna Violante II.

Nel secolo XV, la Contea di Quirra andò ai Centelles con il matrimonio tra Luigi Centelles e Toda Senesterra Carroz, figlia di donna Violante II. Nel 1485 Luigi Centelles vendette a Giacomo Aragal Assemini e Uta. Nel 1486 le ville di Assemini e Uta furono acquistate da Antonio Alberto Sanjust. Tuttavia, le due proprietà ritornarono nelle mani di Luigi Centelles, che le riacquistò nel 1490.

Alla fine del secolo XV, la Contea di Quirra comprendeva i territori di S. Michele, Monreale, Marmilla, Parte Montis, Parte Usellus, Sarrabus e Ogliastra.

Il vasto feudo pervenne, con testamento del 18 giugno 1504, a Guglielmo Raimondo di Centelles, figlio di Toda Carroz. Sorta lite con il regio fisco, che contestò la discendenza femminile di Toda, il Supremo Consiglio d’Aragona si espresse in favore di Guglielmo Centelles il 2 gennaio 1520. La contea passò poi al figlio di Guglielmo, Luigi, e quindi a Gioacchino Centelles, figlio di uno zio paterno. Nel 1561 Gioacchino sposò Elisabetta Castellana de Mesquitta, dalla quale ebbe una figlia chimata Alemanda.

L’undici febbraio 1589 Alemanda sposò Cristoforo Centelles, di un altro ramo della famiglia e figlio del marchese di Nulles. Nel 1603 Cristoforo ottenne da Filippo III di elevare la Contea di Quirra in Marchesato.

Nel secolo XVII il Marchesato di Quirra era il feudo più grande della Sardegna, poiché comprendeva 71 villaggi. Essendo residenti in Spagna, i Centelles davano mandato ad un "regidor" per l’amministrazione del loro patrimonio nell’isola. A sua volta il "regidor" si avvaleva dei delegati locali (o "ufficiali") per la riscossione degli onerosi tributi feudali, che i vassalli di ogni villaggio dovevano corrispondere periodicamente sia in danaro, sia in natura (frutta, agnelli, formaggio, cereali, vino). In compenso, gli abitanti dei vari centri potevano sfruttare le terre messe a disposizione per gli usi comunitari: quelle da coltivare ("vidazzoni"), da lasciare a riposo ("pabarili"), da adibire al pascolo e alla raccolta della legna ("padrus" e "saltus").

Alla morte di Alemanda, Cristoforo si risposò ma non ebbe figli. Si accese così una lunga disputa giudiziaria tra i Borgia e i Català (o Catalan), che terminò con la sentenza del Supremo Real Consiglio della Sardegna del 30 dicembre 1726, che concesse il Marchesato di Quirra a Giuseppe Català Valeriola, marchese di Moya. A Giuseppe Català successe il figlio Gioacchino, che vendette le ville di Sinnai, Burcei e Maracalagonis. Successore di Gioacchino fu Luigi, che ebbe però solo una figlia. Così, dopo nuove vicende giudiziarie per il possesso del feudo, nel 1798 il Marchesato di Quirra passò agli Osorio, dai quali fu riscattato da Carlo Alberto nel 1839.

Come in altre parti dell’isola, nel 1846 i beni feudali di Assemini usati in modo collettivo, corrispondenti a 2190 sacchi, furono divisi in 425 lotti e distribuiti a sorte tra i residenti, iniziando dai più poveri. Nel 1873 si misero ad incanto le terre comunitarie della zona montana. Ad accaparrarsele furono ricchi borghesi, che intendevano sfruttare il legname dei boschi: Leone Gouin (dirigente della miniera di S. Leone), P. Marini, G. Saggiante, E. Marongiu (imprenditori di Cagliari).

La storia della comunità di Assemini dall’unità d’Italia alla prima metà del secolo XX, non si scosta molto da quella d'altri Comuni vicini. Tuttavia, occorre dire che la sua economia ha goduto d'innegabili vantaggi: il paese è stato un centro di transito della vecchia strada statale; con la realizzazione della ferrovia ha avuto una propria stazione; oltre all’agricoltura ed all’attività artigiana dei vasai e delle tessitrici, ha sempre sfruttato anche la risorsa della pesca, praticata nel vicino stagno e nei fiumi; infine, all’inizio del secolo XX, è riuscito a risolvere quasi del tutto l’annoso problema dello straripamento dei corsi d’acqua.

Dagli anni Venti, le saline Conti Vecchi assicurarono lavoro stagionale a vari manovali e cooperative operaie locali. Il vero rilancio del paese si ebbe negli anni Sessanta, con l’insediamento degli impianti Sir di Nino Rovelli e d'altri stabilimenti nell’Area Industriale di Macchiareddu. Nei tempi attuali, i problemi occupazionali, provocati dalla crisi di molte industrie, assillano anche questa comunità. Tuttavia, il paese continua ad espandersi, cercando nuove prospettive di sviluppo nel turismo con le numerose feste e rassegne folcloristiche organizzate nel corso dell’anno.

Tra le ricorrenze religiose tradizionali si ricordano la festa di S. Lucia (fissata per l’ottavo giorno dopo Pasqua), quelle di S. Giovanni Battista e di S. Pietro (alla fine di giugno), la festa della Beata Vergine del Carmine (a metà luglio), quella di S. Cristoforo (nell’ultima decade di luglio) e di S. Andrea (a metà settembre). Tra le rassegne si rammentano: Il "festival internazionale del folclore" (fine luglio, inizio agosto), con sfilate a cavallo, corse a pariglie ed esibizione di gruppi folcloristici di varie nazioni; il "matrimonio asseminese" (nella seconda metà d’agosto); il "festival mediterraneo" con la "sagra della panada" (alla fine di giugno). Quest’ultima sagra è nata poiché gli asseminesi considerano questo timballo di pasta con carni ovine o con anguille il piatto tradizionale del paese. Va ricordato però che la "panada" è conosciuta in moltissimi altri centri dell’isola, dove viene realizzata secondo la tipica ricetta di origine lontana.

La grave alluvione del 12 novembre 1999 ha riproposto in modo drammatico il problema dell’allagamento di vaste zone abitate e campestri, che si riteneva ormai un ricordo del passato. Alcune modifiche apportate all’assetto del territorio hanno impedito in alcuni punti il naturale deflusso delle acque.

barra.gif (1564 bytes)

Isola Sarda © 1997-2005 - Associazione Culturale Ciberterra - Responsabile: Giorgio Plazzotta
I contenuti appartengono ai rispettivi autori - Tutti i diritti riservati
The contents belong to the respective authors - All rights reserved